Spesa farmaceutica in crescita tra sostenibilità e diritto alla cura

Negli ultimi anni la spesa farmaceutica in Italia ha imboccato un trend decisamente crescente, riflettendo trasformazioni profonde del sistema sanitario e della società. Nel 2025 il valore complessivo ha raggiunto i 25 miliardi di euro, segnando un incremento del 15% rispetto al 2023, pari a circa 3 miliardi di euro in più. Un dato che, se da un lato testimonia l’avanzamento della medicina e l’accesso a terapie sempre più efficaci, dall’altro riaccende il dibattito sulla sostenibilità economica del sistema.

Uno degli elementi più rilevanti riguarda il peso crescente a carico dei cittadini: il 28% della spesa farmaceutica totale è sostenuto direttamente dalle famiglie. Una quota significativa, soprattutto se si considera che i prezzi dei farmaci in Italia restano comunque inferiori rispetto a molti altri Paesi europei, con differenze medie tra il 20 e il 30%.

Alla base di questo incremento non vi è un’unica causa, ma un insieme di fattori strutturali. In primo luogo, l’invecchiamento della popolazione, con un’aspettativa di vita che ha raggiunto gli 84,1 anni -tra le più alte al mondo- comporta una maggiore incidenza di patologie croniche e, quindi, un consumo più elevato e prolungato di farmaci. In secondo luogo, il progresso scientifico ha portato alla disponibilità di terapie innovative, spesso ad alto costo, ma in grado di cambiare radicalmente la prognosi di molte malattie.

Il paradosso è evidente: proprio i successi della medicina, che hanno permesso di ridurre la mortalità per patologie prevenibili e curabili, contribuiscono ad aumentare la spesa. Infatti oggi, patologie un tempo rapidamente letali, come alcune leucemie, possono essere gestite per decenni; allo stesso modo, pazienti cronici, come quelli cardiopatici, necessitano di terapie continuative per tutta la vita.

Per questo appare sempre meno sostenibile il ricorso a modelli di contenimento basati su tetti di spesa definiti oltre vent’anni fa, quando il panorama terapeutico e demografico era radicalmente diverso. Il rischio è quello di affrontare una crescita fisiologica della domanda con strumenti ormai superati, con conseguenti tensioni tra esigenze cliniche ed economiche.

Un ulteriore elemento di criticità si inserisce nello scenario internazionale. Il modello di “Most Favored Nation” adottato negli Stati Uniti potrebbe avere ripercussioni anche in Europa, riducendo l’attrattività del mercato per il lancio di nuovi farmaci. Secondo le stime, si potrebbe assistere a una contrazione fino a un terzo delle nuove introduzioni, con possibili ritardi nell’accesso alle innovazioni per i pazienti europei e italiani.

Ma il tema della spesa farmaceutica non può essere analizzato isolatamente. È strettamente intrecciato con il livello complessivo della spesa sanitaria pubblica, che in Italia si attesta tra il 6,2% e il 6,3% del Pil. Si tratta di un valore sensibilmente inferiore rispetto ai principali Paesi europei: Francia e Germania superano il 9-10%, mentre il Regno Unito si colloca intorno all’8,9%. Anche la media europea, pari al 6,9%, resta superiore al dato italiano.

Questa distanza emerge ancora più chiaramente nella spesa pro capite: 3.835 dollari in Italia contro una media Ocse di 4.625 e una europea di 4.689. Un gap che si è ulteriormente ampliato durante la pandemia, quando molti Paesi hanno aumentato gli investimenti sanitari in misura maggiore rispetto all’Italia. Il rapporto tra spesa farmaceutica e spesa sanitaria pubblica, quindi, evidenzia una criticità sistemica: l’aumento della prima non è accompagnato da un adeguato rafforzamento della seconda. In altre parole, la crescita della spesa per i farmaci si inserisce in un quadro di finanziamento complessivo relativamente più debole, generando squilibri e pressioni sul sistema.

Per i farmacisti, questo scenario rappresenta una sfida strategica. Da un lato, sono chiamati a garantire l’accesso appropriato alle terapie e a supportare l’aderenza dei pazienti; dall’altro, diventano parte attiva nel bilanciamento tra innovazione e sostenibilità. Anche perché sempre più spesso i farmaci innovativi non sono soltanto una voce di costo, ma un investimento in grado di ridurre altre spese sanitarie, a partire dalle ospedalizzazioni.

Le istituzioni stanno esplorando nuove soluzioni, come modelli di pagamento rateizzato per farmaci ad alto costo (“one shot”) e approcci che superino la logica dei “silos” di spesa, valutando l’impatto complessivo delle terapie sul sistema sanitario. Tuttavia, il nodo centrale resta quello delle risorse: senza un incremento degli investimenti pubblici, il rischio è di compromettere nel lungo periodo la sostenibilità del modello universalistico italiano.

Il dibattito sulla spesa farmaceutica, dunque, non può ridursi a una questione di contenimento dei costi. È piuttosto il riflesso di una trasformazione in atto, in cui l’innovazione terapeutica, l’invecchiamento della popolazione e i vincoli di bilancio si intrecciano. La sfida, oggi più che mai, è trovare un equilibrio credibile tra diritto alla salute e sostenibilità economica, evitando che l’una finisca per penalizzare l’altra.

 

Related posts