Privacy sui social, cresce l’allarme AI: oltre un utente su due teme il furto della propria identità digitale

La tutela della privacy sui social network non è più soltanto una questione di pubblicità personalizzata o di raccolta dei dati. A preoccupare sempre di più gli utenti è oggi la possibilità che immagini, video e registrazioni vocali pubblicati online possano essere utilizzati dall’intelligenza artificiale per creare identità digitali false ma estremamente realistiche. Un rischio che apre scenari inediti anche per i professionisti sanitari e per i farmacisti, sempre più chiamati a informare i cittadini sull’uso consapevole delle tecnologie digitali.

A fotografare questa crescente inquietudine è una ricerca condotta da Centiment per conto di Panda Security su 1.002 utenti adulti dei social media, che evidenzia una forte consapevolezza dei rischi associati alla privacy online, spesso però accompagnata da comportamenti poco coerenti dal punto di vista della protezione dei dati personali.

Il timore maggiore? L’AI che clona volto e voce

Secondo l’indagine, il 55% degli intervistati teme che l’intelligenza artificiale possa utilizzare foto e video condivisi in rete per creare deepfake capaci di replicare il volto, la voce o addirittura l’intera identità digitale di una persona.

Non si tratta di una paura astratta. Le moderne tecnologie di generazione automatica dei contenuti consentono infatti di produrre immagini, audio e video molto credibili, potenzialmente utilizzabili per frodi, campagne di disinformazione, tentativi di phishing o danni reputazionali. Quasi la metà degli intervistati (47%) teme inoltre che la crescente diffusione di contenuti generati dall’AI renda sempre più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che è falso.

La ricerca mostra quindi come l’attenzione degli utenti si stia spostando dalla semplice protezione dell’account alla tutela dell’intera identità digitale, che oggi comprende immagini, voce, comportamenti online e informazioni personali condivise sui social.

Facebook resta il social che suscita più diffidenza

Quando si parla di raccolta e utilizzo dei dati personali, emerge un dato particolarmente interessante: è Facebook la piattaforma percepita come più problematica.

Ben il 65% degli intervistati indica infatti Facebook come il social che genera le maggiori preoccupazioni sul fronte della privacy, una quota quasi doppia rispetto al 35% che individua in TikTok la principale fonte di rischio.

La situazione cambia però osservando le diverse fasce generazionali. Tra gli appartenenti alla Generazione Z, TikTok è considerato il social più problematico dal 52% degli utenti, contro il 37% che indica Facebook. Al contrario, Millennials, Generazione X e Baby Boomer continuano a considerare Facebook il principale motivo di preoccupazione.

Il dato suggerisce come la percezione del rischio sia influenzata anche dalle abitudini digitali e dalla frequenza di utilizzo delle diverse piattaforme.

Preoccupati sì, ma non abbastanza prudenti

Uno dei risultati più significativi dell’indagine riguarda il divario tra consapevolezza e comportamento.

Solo il 46% degli utenti dichiara infatti di pensare attivamente alla propria privacy e di adottare misure concrete per proteggerla, mentre il 21% ammette di essere preoccupato per la sicurezza dei propri dati senza aver intrapreso azioni significative per tutelarsi.

A influenzare i comportamenti contribuisce anche la cosiddetta FOMO (Fear Of Missing Out), ovvero la paura di essere esclusi dalle esperienze condivise online. Il 28% degli utenti afferma di aver installato almeno un’applicazione pur sapendo che presentava criticità sul piano della privacy, semplicemente perché era già utilizzata da amici o familiari. La percentuale sale al 49% tra i più giovani della Generazione Z e al 41% tra i Millennials.

Quali dati preoccupano di più

La principale fonte di ansia riguarda l’esposizione di informazioni particolarmente sensibili.

Il 50% degli intervistati teme soprattutto la diffusione di dati personali, come quelli contenuti nei documenti di identità, mentre il 49% è preoccupato per la possibile compromissione delle informazioni finanziarie. Più staccato il timore relativo al tracciamento della posizione geografica, indicato dal 26% degli utenti.

Molto meno percepiti risultano invece i rischi legati alla raccolta continua di dati comportamentali, come cronologia di navigazione, utilizzo delle applicazioni e attività effettuate sul dispositivo. Informazioni che, se aggregate, consentono di costruire profili particolarmente dettagliati degli utenti.

Le richieste alle piattaforme e le strategie di difesa

Gli utenti chiedono soprattutto maggiore controllo. Il 55% vorrebbe poter cancellare completamente i propri dati dalle applicazioni, mentre il 51% desidera decidere con maggiore precisione quali informazioni rendere accessibili alle piattaforme. Il 43% chiede informative più chiare e comprensibili sulla privacy e il 39% vorrebbe ricevere aggiornamenti più frequenti sull’utilizzo dei propri dati.

Sul piano pratico, le misure adottate più frequentemente nell’ultimo anno sono state la cancellazione di cookie e cronologia (45%), la limitazione delle autorizzazioni delle app (44%) e la disattivazione del tracciamento della posizione (40%). Soltanto il 23% degli utenti ha invece fatto ricorso a VPN o browser orientati alla protezione della privacy.

Secondo gli esperti, per ridurre il rischio di utilizzo improprio dei dati è opportuno controllare periodicamente le autorizzazioni concesse alle applicazioni, limitare la visibilità pubblica di fotografie e video, disattivare gli accessi non indispensabili a microfono, fotocamera e geolocalizzazione ed eliminare le app non più utilizzate.

In un contesto in cui deepfake, clonazione vocale e phishing evolvono rapidamente grazie all’intelligenza artificiale, la protezione della privacy non riguarda più soltanto le password o gli account. La vera sfida è salvaguardare l’intera identità digitale, un patrimonio personale che può essere replicato e manipolato con una facilità impensabile fino a pochi anni fa.

 

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