Carenze di farmacisti, come rimediare alla “fuga dai banchi”

Analizziamo le varie cause per cui i titolari faticano a trovare nuovi collaboratori. Diminuiscono i laureati, a fronte di una maggiore domanda causata dalle nuove aperture e dal boom delle parafarmacie e corner Gdo. Quali sono i rimedi da attuare per far fronte a un problema che non deve tarpare le ali ai nuovi ruoli della farmacia?

La legge della domanda e dell’offerta determina la crisi sempre meno silenziosa e sempre più profonda che da tempo i titolari italiani devono affrontare. Se da una parte aumenta la richiesta di farmacisti collaboratori, dall’altra diminuiscono i laureati disponibili a lavorare al banco. E così una faccia della medaglia indica che è prossima allo zero la disoccupazione tra i laureati in farmacia (entro un anno trova lavoro l’84%, entro cinque il 91%), mentre l’altra propone aziende in sottorganico o, comunque sia, in difficoltà nel gestire il normale turnover del personale. Molte le cause, che cerchiamo qui di sintetizzare.

Meno laureati, più farmacie

Negli ultimi anni il numero dei laureati in farmacia è calato di circa mille unità, pari a -20%, passando dai 5.095 del 2017 ai poco più di 4.069 del 2024. Oltre a questi dati dell’Indagine Almalaurea, significativi sono anche quelli forniti dall’indagine di Unioncamere (l’unione delle Camere di Commercio), che riportano come il 77% delle aziende incontri difficoltà a reperire laureati in farmacia e Ctf per la mancanza di candidati.

Interessante è la mappa proposta con le carenze a livello regionale: le regioni che sembrano andare meglio sono la Sicilia e le Marche, dove “soltanto” il 68% e il 69% delle aziende dichiara di avere difficoltà a reperire personale laureato, mentre a soffrire maggiormente sono le imprese del Trentino-Alto Adige (82%) e del Veneto e Abruzzo, dove la percentuale arriva al 77%.

A questa carenza di farmacisti contribuisce non poco l’aumento del numero delle nuove sedi farmaceutiche determinato dal Decreto “Cresci Italia” del 2012, che ha permesso l’apertura di circa 1.800 nuove farmacie sul territorio (+40% dal 2015), aggravando la competizione per i pochi candidati disponibili. A questo incremento si aggiunge, poi, il boom delle parafarmacie e dei corner della Gdo, che hanno appesantito questo squilibrio, in cui la domanda risulta assai superiore all’offerta.

Condizioni di lavoro

La scelta degli sbocchi professionali operata dai neolaureati dimostra come sia proprio il lavoro al banco della farmacia a non essere più attrattivo. Infatti, a tre anni dalla laurea, un quarto dei neolaureati va nell’industria, più di un quinto si occupa nel settore chimico-energetico e anche l’istruzione segna ultimamente un incremento dell’11%.

Diminuiscono, invece, gli occupati in sanità, in modo lento ma costante, così come sono sempre meno i farmacisti che lavorano nel commercio, cioè in farmacia, con una quota che risulta ridotta del 18% tra il 2020 e il 2024 (dal 66,1% al 48,1%).

La disaffezione al lavoro in farmacia trova più motivazioni che giustificano la diffusa caduta di appeal:

  • orari massacranti: l’apertura continuativa dal lunedì al sabato, festivi compresi, ingolfa i turni, imponendo orari prolungati e richiesta continua di straordinari
  • carichi eccessivi: l’introduzione di servizi (vaccinazioni, tamponi, screening) ha aumentato gli impegni al banco e in backoffice, con molto stress e pochi incentivi visibili
  • burnout diffuso: lavorare in farmacia viene ora considerato come logorante dal punto di vista psicofisico. Il Pgeu nel 2024 ha catalogato in tutt’Europa il burnout tra i farmacisti come una delle cause principali di abbandono e anche in Italia risulta evidente il malessere legato all’aumento dell’impegno professionale rispetto alla remunerazione.

Retribuzioni non soddisfacenti

Il contratto collettivo nazionale firmato nel 2021, dopo otto anni di stallo, ha portato aumenti giudicati modesti (circa 80 euro mensili) e anche l’attuale rinnovo contrattuale incontra non poche difficoltà. Lo stipendio medio netto di un farmacista a un anno dalla laurea si aggira intorno ai 1.400-1.500 euro, e supera di poco i 1.700 euro per gli occupati a cinque anni, cifre ritenute non competitive e poco attraenti rispetto ai ritmi di lavoro richiesti. Nel confronto europeo, le farmacie italiane non riescono poi a proporre pacchetti competitivi rispetto a benefit e salari offerti dalle grandi catene estere. Quanto, infine, alle caratteristiche del lavoro, dopo cinque anni dispone di un contratto a tempo indeterminato il 71% degli occupati, mentre il 9,1% ne ha uno a tempo determinato e il 5,6% svolge un’attività in proprio.

Aspettative e qualità della vita

I giovani aspiranti farmacisti oggi privilegiano un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. È stato forse l’impatto del Covid-19 ad accentuare questa tendenza, per l’appesantimento dei compiti ricaduti sulla farmacia (test, tamponi, vaccini, e così via), oltre alla liberalizzazione degli orari ormai diffusa. Fatto sta che i dipendenti, specie quelli con obblighi familiari, oggi richiedono orari più flessibili e weekend liberi.

Va poi considerato anche l’appesantimento causato dai crescenti obblighi burocratici, che rendono sempre più problematico, fastidioso e oneroso il lavoro al banco. Significative al riguardo sono le richieste avanzate a livello istituzionale da Fofi e Federfarma, per sollecitare interventi legislativi tali da ridurre le incombenze amministrative e aggiornare le regole professionali.

Possibili leve d’intervento

A fronte di tutte queste cause, che provocano l’attuale carenza di farmacisti disposti a lavorare in farmacia, diventa urgente individuare possibili soluzioni da attuare per ritornare a rendere attrattivo il lavoro al banco. Bisogna, quindi, operare sugli individuati aspetti negativi, per invertirne la tendenza:

  • retribuzione e benefit: prevedere l’innalzamento dei livelli retributivi e proporre premi incentivanti; cercare di allinearsi ai livelli europei
  • welfare aziendale: proporre sussidi e favorire supporti sanitari, previdenziali e familiari; dare aiuto alla genitorialità; introdurre maggiore flessibilità; finanziare la formazione professionale continua
  • rivedere turni e orari: proporre tetti nazionali; favorire turnazioni più equilibrate; predisporre di moratorie per le aperture serali e festive
  • semplificazioni burocratiche: come richiesto da Fofi e Federfarma, pretendere un alleggerimento degli oneri amministrativi e un potenziamento dei ruoli professionali.

La carenza di farmacisti collaboratori al banco non è una semplice emergenza numerica, ma il sintomo di un malessere che richiede rapidi interventi, per impedire che l’andamento demografico, da una parte, e l’aumento dei nuovi servizi, dall’altra, possa ulteriormente aggravare la situazione.
Non è la laurea in sé, infatti, a essere ritenuta poco attrattiva, quanto piuttosto il lavoro al banco della farmacia, oggi percepito come poco gratificante dal punto di vista lavorativo, economico e personale.

La soluzione del problema, quindi, dipende dalla capacità di rendere la professione attrattiva anche grazie a salari dignitosi, carichi lavorativi equilibrati, orari compatibili con la vita familiare e un riconoscimento professionale degno del ruolo sanitario svolto sul territorio.

Interessante al riguardo è quanto avanzato dal presidente dell’Ordine di Roma, Giuseppe Guaglianone, che propone di riconoscere contrattualmente un’indennità di “specificità sanitaria”, così come riconosciuta ad altre professioni del Servizio sanitario nazionale. Non si tratta solamente di un riconoscimento economico, ma anche di carattere professionale, utile per recuperare quell’appeal che recentemente sembra arrugginito. Questa o altre soluzioni vanno comunque sia individuate, perché è indispensabile assicurare al team della farmacia di poter operare con serenità e professionalità.

Tra l’altro, lo sviluppo della farmacia dei servizi renderà sempre più ampie le attività da svolgere e, conseguentemente, aumenterà il bisogno di forza lavoro professionale. Rendere attrattivo il lavoro al banco diventa, allora, una necessità improrogabile per poter garantire ovunque continuità, qualità dei servizi e presidio della salute, soprattutto nelle zone più disagiate, come nei piccoli Comuni e nelle aree interne del Paese, dove all’aumento delle farmacie non sempre corrisponde -purtroppo- la disponibilità del personale necessario.

(di Lorenzo Verlato, Farma Mese n. 7– 2025 ©riproduzione riservata)

Related posts