La farmacia si conferma sempre più come la porta d’accesso al sistema sanitario per milioni di cittadini. È qui che si concentrano richieste di consiglio, orientamento e supporto nella gestione dei cosiddetti disturbi minori, un ambito che negli ultimi anni ha assunto un peso crescente nell’attività professionale del farmacista.
A fotografare questa evoluzione è il nuovo report della Federazione internazionale farmaceutica (Fip), intitolato “Pharmacists supporting self-care and universal health coverage: A snapshot of current practice and needs”, che raccoglie le risposte di 779 farmacisti provenienti da 45 Paesi.
Il quadro che emerge è chiaro: il farmacista è ormai un attore fondamentale delle cure primarie e dell’autocura. Oltre il 70% degli intervistati dichiara, infatti, di fornire consulenze ai cittadini su questi temi ogni giorno o diverse volte alla settimana. Non si tratta più, pertanto, di un’attività accessoria, ma di una componente strutturale del lavoro quotidiano al banco della farmacia. In molte farmacie, infatti, il tempo dedicato a consulenza, educazione sanitaria e supporto alle decisioni terapeutiche del cittadino rappresenta ormai tra il 10% e il 49% dell’intera attività giornaliera.
Questa evoluzione riflette un cambiamento profondo nei bisogni della popolazione. L’invecchiamento demografico, la diffusione delle patologie croniche e la crescente pressione sui servizi territoriali spingono sempre più persone a rivolgersi inizialmente al farmacista per ottenere una risposta rapida e qualificata. In questo senso, la farmacia si conferma uno dei presidi sanitari più accessibili, capace di intercettare precocemente bisogni di salute e di indirizzare i cittadini verso il percorso assistenziale più appropriato.
L’indagine evidenzia, infatti, come il farmacista svolga un ruolo cruciale non solo nella raccomandazione dei medicinali da banco, ma anche nella valutazione preliminare delle condizioni del paziente. Prima di suggerire un trattamento, la maggior parte dei professionisti raccoglie informazioni sulle condizioni cliniche, sui sintomi e sulle terapie già in corso, contribuendo a garantire un utilizzo più sicuro e appropriato dei farmaci.
Ancora più significativo è il ruolo di “filtro clinico” svolto dalle farmacie. Quando il problema supera i limiti dell’autocura, il farmacista orienta il paziente verso altri professionisti sanitari, principalmente il medico di medicina generale, ma anche specialisti e servizi di assistenza primaria. Un’attività spesso poco visibile, ma di grande valore per il sistema sanitario, perché aiuta a evitare ritardi diagnostici e a indirizzare correttamente le richieste di assistenza.
Accanto ai risultati positivi, tuttavia, il report mette in luce numerose criticità. La più rilevante riguarda il carico di lavoro. Oltre nove farmacisti su dieci segnalano, infatti, la mancanza di tempo, come uno dei principali ostacoli allo sviluppo delle attività di consulenza. Il dato non sorprende, se si considera che quasi tre quarti delle farmacie coinvolte nell’indagine operano con uno o due farmacisti per turno, una dotazione spesso insufficiente per conciliare attività dispensativa, servizi professionali e consulenze personalizzate.
Un secondo nodo riguarda il riconoscimento economico. Il 43,5% dei partecipanti dichiara di non ricevere alcuna remunerazione specifica per le consulenze fornite nell’ambito dell’autocura. In altre parole, una parte consistente dell’attività professionale viene svolta senza un corrispettivo dedicato. Un paradosso che rischia di limitare ulteriormente la disponibilità di tempo e risorse per un servizio che, secondo la stessa Fip, contribuisce a migliorare l’efficienza complessiva dei sistemi sanitari.
Anche sul fronte delle competenze emergono alcune aree di miglioramento. Sebbene oltre l’80% dei farmacisti si dichiari sicuro nella gestione dei farmaci Otc e nel counselling associato, la fiducia diminuisce quando si tratta di affrontare sintomi poco definiti o di assistere pazienti fragili, cronici o ad alto rischio. Non a caso, le principali richieste formative riguardano proprio la gestione dei bambini, dei pazienti complessi, la salute femminile e il riconoscimento precoce dei segnali d’allarme.
Il messaggio finale del report è inequivocabile. Per la Fip, rafforzare il ruolo del farmacista nell’autocura rappresenta una leva strategica per sostenere le cure primarie e contribuire agli obiettivi di copertura sanitaria universale. Perché ciò avvenga, però, non basta riconoscere l’importanza della farmacia sul piano teorico. Servono investimenti nella formazione continua, un migliore accesso alle informazioni cliniche, strumenti digitali di supporto e soprattutto modelli di remunerazione che valorizzino il tempo professionale dedicato alla consulenza.
La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: trasformare il crescente protagonismo del farmacista in un ruolo strutturalmente sostenibile. Perché se la farmacia è sempre più chiamata a rispondere ai bisogni di salute dei cittadini, occorre che il sistema riconosca pienamente il valore clinico, organizzativo ed economico di questa funzione. Solamente così l’autocura potrà diventare non soltanto un’opportunità per il paziente, ma un pilastro concreto dell’assistenza territoriale moderna.
