L’Europa si scopre sempre più vulnerabile davanti a un mercato della droga che cambia rapidamente volto, diventa più aggressivo e si alimenta di sostanze nuove, spesso difficili da identificare e ancora più pericolose. E tra i Paesi maggiormente esposti emerge l’Italia, sia per la diffusione del consumo, sia per l’impatto sanitario.
A lanciare il nuovo allarme è il Rapporto 2026 dell’Agenzia europea sulle droghe, secondo cui il nostro Paese è il primo nell’Unione europea per numero assoluto di persone che fanno uso di sostanze per via endovenosa: oltre 105mila casi stimati, davanti a Francia e Germania.
Un dato che conferma come il fenomeno delle dipendenze resti tutt’altro che marginale e che, anzi, stia assumendo caratteristiche sempre più complesse. A livello europeo, infatti, si stimano circa 522mila consumatori di droghe iniettabili tra i 15 e i 64 anni, con una media di 1,8 casi ogni mille abitanti. Ma il quadro è estremamente disomogeneo: se nei Paesi Bassi il fenomeno appare contenuto, nell’Europa del Nord e dell’Est i numeri sono decisamente più elevati. In rapporto alla popolazione, Estonia, Finlandia e Repubblica Ceca guidano la classifica, mentre l’Italia figura comunque tra i Paesi più colpiti.
A preoccupare gli esperti non sono soltanto i numeri, ma soprattutto l’evoluzione del mercato degli stupefacenti. “Il mercato europeo della droga è complesso e in rapida evoluzione”, ha spiegato Lorraine Nolan, direttrice esecutiva dell’Agenzia Ue sulle droghe, sottolineando come le sostanze siano oggi più potenti, mentre le organizzazioni criminali risultano “più attive, innovative e violente”. Secondo l’Agenzia, l’Europa è ormai diventata anche un importante produttore di droghe sintetiche destinate sia al mercato interno sia all’export.
Uno scenario che inevitabilmente si riflette sul sistema sanitario, in particolare sui Pronto soccorso, sui Servizi per le dipendenze e sui Centri antiveleni, sempre più chiamati a fronteggiare emergenze nuove e difficili da intercettare tempestivamente. È su questo fronte che interviene la Società italiana di tossicologia (Sitox), che parla apertamente di necessità di rafforzare le reti di sorveglianza e risposta. L’aumento delle nuove sostanze psicoattive, degli oppioidi sintetici e dell’uso improprio di farmaci sta infatti modificando il profilo delle intossicazioni acute osservate nelle strutture sanitarie.
Tra le sostanze che destano maggiore allarme ci sono i nitazeni, oppioidi sintetici ad altissima potenza, responsabili di quadri clinici severi e talvolta difficili da diagnosticare rapidamente. “Le intossicazioni sono una spia precoce dei nuovi rischi per la salute pubblica”, osserva Carlo Locatelli, già presidente Sitox e direttore dell’Unità operativa di Tossicologia e del Centro antiveleni dell’Irccs Maugeri di Pavia. Secondo l’esperto, sono proprio i casi che arrivano nei Pronto soccorso e nei Centri antiveleni a consentire di comprendere in anticipo quali sostanze stiano circolando e quali fenomeni emergenti si stiano diffondendo.
Il problema riguarda sempre più anche gli adolescenti e i giovani adulti. Oltre alle droghe tradizionali, preoccupa l’uso improprio di farmaci comuni, psicofarmaci o prodotti apparentemente innocui, commercializzati in forme che riducono la percezione del rischio. È il caso, per esempio, del cosiddetto “miele da sballo”, finito recentemente sotto i riflettori dopo il ricovero in coma di un ragazzo nel Napoletano.
Per i tossicologi il rischio maggiore è rappresentato proprio dalla falsa percezione di sicurezza: sostanze presentate come alimenti, dolciumi o prodotti “naturali” possono contenere concentrazioni elevate di principi attivi e provocare intossicazioni anche gravi. In questo contesto, spiegano gli esperti, diventa cruciale il ruolo dei farmacisti territoriali, spesso primo presidio sanitario in grado di intercettare segnali di abuso, richieste anomale di medicinali o comportamenti a rischio.
La Sitox chiede, quindi, una strategia più coordinata tra Centri antiveleni, emergenza-urgenza, laboratori tossicologici, SerD e sistemi di allerta nazionale. Servono, infatti, protocolli condivisi, formazione continua degli operatori e un collegamento stabile tra tutte le strutture coinvolte, affinché l’emergenza possa trasformarsi anche in prevenzione. In un panorama in cui le sostanze cambiano rapidamente composizione, modalità di assunzione e canali di diffusione, la sfida sanitaria non riguarda più soltanto la cura delle dipendenze, ma la capacità del sistema di riconoscere precocemente i nuovi rischi e costruire risposte tempestive. E in questa partita la farmacia può diventare un osservatorio privilegiato sul territorio.
