In Italia la mobilità sanitaria è una realtà sempre più rilevante, che coinvolge ogni anno migliaia di persone costrette a spostarsi dal proprio territorio per accedere a cure specialistiche o ad alta complessità. Dietro le cifre si muovono storie di famiglie che lasciano casa in un momento di vulnerabilità, affrontando costi economici spesso gravosi e un carico emotivo che modifica abitudini, relazioni e quotidianità. I numeri raccolti dall’Osservatorio di A Casa Lontani Da Casa restituiscono con chiarezza la dimensione del fenomeno: più della metà dei pazienti in mobilità cerca cure per patologie oncologiche e circa il 65% proviene dalle regioni meridionali e dalle isole, attratti dai poli di eccellenza del Nord. Oltre il 90% della domanda si concentra su Milano e sulla Città Metropolitana, dove si trovano sette ospedali di riferimento nazionale capaci da soli di assorbire l’80% delle richieste.
L’impatto è sanitario, ma anche sociale, economico, umano. La durata del soggiorno, infatti, varia da una settimana a periodi molto più lunghi, con conseguenze che toccano lavoro, reddito, organizzazione familiare. Da anni il Terzo Settore interviene per colmare il vuoto tra il bisogno di cura e la possibilità di sostenerlo. La rete di A Casa Lontani Da Casa, che oggi comprende 61 associazioni, 115 Case di Accoglienza e 1.670 posti letto, ha supportato oltre 8.000 persone tra il 2022 e il 2025, affiancando i pazienti con orientamento, sostegno economico e soluzioni abitative a misura di fragilità.
La crescente attenzione istituzionale verso questo tema rappresenta un passaggio fondamentale per trasformare quello che per anni è stato un aiuto informale in un elemento riconosciuto del percorso di cura. La mobilità sanitaria non può essere letta solo come un movimento geografico: è una prova di equità del sistema sanitario nazionale, perché la qualità delle cure non può dipendere dal luogo in cui si nasce. Il tema chiama in causa la dignità delle persone e la capacità delle comunità di non lasciare solo chi affronta la malattia lontano da casa.
Farmacista primo interlocutore sul territorio
In questo contesto, anche la farmacia si trova in una posizione strategica. Il farmacista è spesso il primo interlocutore sanitario sul territorio, il riferimento immediato per chi arriva da fuori e deve orientarsi in una città sconosciuta mentre vive una condizione di fragilità. La farmacia può diventare un presidio di prossimità per chi è in mobilità sanitaria: un luogo che fornisce informazioni sui servizi disponibili, che intercetta bisogni pratici, che accompagna nella gestione della terapia dopo la dimissione. È un ruolo che non sostituisce la cura clinica, ma la rende più accessibile e continua, soprattutto nei percorsi complessi come quelli oncologici o neurologici. Per i farmacisti, comprendere le dinamiche della mobilità sanitaria significa cogliere un bisogno crescente e contribuire, con la propria professionalità, a rendere il sistema più equo e accogliente.
In questo scenario si inserisce l’incontro “Accogliere insieme”, tenuto lo scorso febbraio a Palazzo Isimbardi e promosso da A Casa Lontani Da Casa. L’evento ha visto la firma del Protocollo d’Intesa con Anci e di una mozione con Regione Lombardia che avvia il riconoscimento e il percorso di accreditamento delle Case di Accoglienza. Un passo che segna un cambio di prospettiva: l’accoglienza non più come gesto volontaristico, ma come parte integrante del welfare sanitario. Le istituzioni, la Città Metropolitana e il Comune di Milano hanno riconosciuto che la cura è completa solo quando tiene conto non solo della malattia, ma anche del contesto in cui il paziente si trova a viverla.
Il tema della mobilità sanitaria continuerà a interpellare tutte le componenti del sistema, dalla sanità territoriale agli enti locali, dalle associazioni ai professionisti della salute. E proprio in questa dimensione collettiva trova spazio anche il contributo dei farmacisti, chiamati ogni giorno a essere un punto fermo in un percorso di cura che, per molti, inizia lontano da casa.
