Il 9° Rapporto Gimbe lancia l’allarme sul Ssn

Il Servizio sanitario nazionale continua a garantire buoni risultati in termini di salute della popolazione, ma mostra segnali sempre più evidenti di sofferenza strutturale. È il messaggio centrale lanciato da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, durante la presentazione del 9° Rapporto sul Ssn, che descrive un sistema alle prese con sottofinanziamento, carenza di personale e crescente difficoltà nell’assicurare un accesso equo alle cure.

Per farmacisti e operatori sanitari si tratta di un quadro particolarmente rilevante, perché fotografa le trasformazioni in atto nella domanda di assistenza e nelle modalità con cui i cittadini cercano risposte ai propri bisogni di salute. Sullo sfondo, secondo Gimbe, emerge il rischio di un progressivo indebolimento dei principi fondanti del Ssn: universalità, uguaglianza ed equità.

I “tagli invisibili” che valgono quasi 19 miliardi

Uno dei dati più significativi del Rapporto riguarda il finanziamento pubblico. A prima vista il Fondo sanitario nazionale è cresciuto: dai 125,4 miliardi di euro del 2022 ai 142,9 miliardi del 2026, con un incremento nominale di 17,5 miliardi. Tuttavia, osservando il rapporto tra spesa sanitaria e Prodotto interno lordo, la situazione appare molto diversa.

Nel 2022 il Fondo sanitario rappresentava il 6,27% del Pil; negli anni successivi la quota si è attestata attorno al 6%. Se fosse stato mantenuto il rapporto del 2022, il Ssn avrebbe potuto contare su 18,8 miliardi di euro aggiuntivi. Gimbe definisce questa differenza “tagli invisibili”: non riduzioni esplicite delle risorse, ma finanziamenti inferiori rispetto a quelli necessari per mantenere invariato il peso della sanità pubblica sull’economia nazionale. Il dato assume particolare rilevanza considerando che, al netto dell’inflazione, il finanziamento pubblico del 2026 risulta sostanzialmente tornato ai livelli del 2010.

L’Italia, pertanto, resta ultima tra i Paesi del G7. Il confronto internazionale, infatti,  restituisce un’immagine poco rassicurante. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si ferma al 6,2% del Pil, contro una media Ocse del 7,1%. La spesa pubblica pro-capite raggiunge 3.952 dollari a parità di potere d’acquisto, ben al di sotto sia della media Ocse sia di quella europea. Tra i Paesi del G7, l’Italia occupa l’ultima posizione. Secondo Gimbe, il divario rispetto alla media dei Paesi industrializzati supera complessivamente i 36 miliardi di euro. Parallelamente cresce il peso della spesa sostenuta direttamente dalle famiglie, che supera del 12,3% la media Ocse.

Sempre più cittadini rinunciano alle cure

La conseguenza più evidente di questa situazione è la crescente difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame diagnostico. Nel 2023 erano il 7,6%. Le cause principali sono le liste d’attesa eccessivamente lunghe e le difficoltà economiche. Circa 4 milioni di cittadini hanno rinunciato alle cure per i tempi di attesa, mentre oltre 3 milioni lo hanno fatto per ragioni economiche. Si tratta di numeri che, secondo Gimbe, mettono in discussione l’effettiva esigibilità dei Livelli essenziali di assistenza. Se una prestazione è formalmente garantita ma di fatto non accessibile, il principio di universalità rischia di restare soltanto sulla carta.

In particolare, cresce la spesa privata e avanzano assicurazioni e fondi. Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva italiana ha raggiunto 190,1 miliardi di euro: di questi, 140,8 miliardi sono coperti dalla spesa pubblica, mentre 42,4 miliardi gravano direttamente sulle famiglie. A questi si aggiungono quasi 7 miliardi intermediati da fondi integrativi e assicurazioni.

Particolarmente significativa la crescita delle assicurazioni sanitarie volontarie, aumentate del 12,7% in un solo anno. Un fenomeno che per Gimbe deve essere monitorato con attenzione: il rischio è che la sanità integrativa si trasformi progressivamente in una corsia preferenziale per chi dispone di maggiori risorse economiche, ampliando le diseguaglianze nell’accesso alle cure.

L’emergenza professionisti sanitari

Nel periodo 2012-2025, calcola Gimbe, sarebbero serviti 36,8 miliardi di euro aggiuntivi per mantenere invariato il peso della spesa per il personale sul totale della spesa sanitaria pubblica. Oggi l’incidenza di questa voce è scesa dal 39,7% al 36,9%. L’Italia dispone formalmente di un numero elevato di medici, ma oltre un quarto dei professionisti censiti non lavora nel Ssn. Tra i problemi più urgenti emerge, inoltre, la carenza di medici di medicina generale: al 1° gennaio 2025 Gimbe stima una mancanza di 5.716 medici di famiglia e di 497 pediatri di libera scelta.

Ancora più critica la situazione infermieristica. L’Italia conta 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti contro una media Ocse di 9,7. Quasi il 20% degli infermieri censiti non lavora nel servizio pubblico e le retribuzioni risultano inferiori del 27% rispetto alla media internazionale a parità di potere d’acquisto.

Il rischio per il futuro del Ssn

Il Rapporto Gimbe lancia, infine, uno sguardo verso il prossimo triennio. Secondo le previsioni del Documento Programmatico di Finanza Pubblica, tra il 2027 e il 2029 potrebbe aprirsi un divario cumulativo di 32,3 miliardi di euro tra fabbisogni di spesa sanitaria e finanziamento disponibile. Se non arriveranno nuove risorse statali, avverte Cartabellotta, saranno le Regioni a dover trovare soluzioni attraverso maggiori imposte o riduzioni dei servizi. In entrambi i casi, il costo rischia di ricadere direttamente sui cittadini.

Per il mondo della farmacia, da anni osservatorio privilegiato delle difficoltà dei pazienti nell’accesso alle cure, il messaggio del 9° Rapporto Gimbe è chiaro: l’indebolimento del Ssn non rappresenta soltanto un problema di contabilità pubblica, ma un fenomeno che rischia di modificare il rapporto tra cittadini e sistema sanitario, aumentando il ricorso alla spesa privata e accentuando le disuguaglianze territoriali e sociali nell’assistenza.

 

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