Pnrr e sanità territoriale, tra avanzamenti e criticità strutturali

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza entra nella sua fase decisiva per la sanità italiana. A poco più di un mese dalla scadenza di giugno 2026, il referto della Corte dei Conti offre una fotografia chiara: gli investimenti della Missione 6 procedono, ma la trasformazione del sistema territoriale resta incompleta e attraversata da profonde criticità organizzative e finanziarie.

Nel complesso, i numeri certificano un avanzamento significativo. Sono stati raggiunti quasi il 90% dei milestone e oltre tre quarti dei target previsti, segno di una macchina che, almeno sul piano formale, ha accelerato. Ma dietro il dato aggregato si nasconde una realtà più articolata, che riguarda in particolare proprio l’architrave della riforma: l’assistenza territoriale.

Case della Comunità: molte strutture, scarsa operatività

Le Case della Comunità rappresentano il fulcro del nuovo modello assistenziale, integrate con medici di medicina generale, infermieri e servizi sociosanitari. Il programma prevede oltre mille strutture attive entro giugno 2026, e le Regioni hanno complessivamente pianificato più di 1.400 interventi.

Sul piano quantitativo, i risultati sono già rilevanti: oltre 780 Case risultano operative, pari a circa il 45% del totale programmato. Tuttavia, il nodo centrale è quello della piena funzionalità. Solo una quota minima -il 3,8%- garantisce tutti i servizi previsti dagli standard, dalla presenza medica continuativa a quella infermieristica. Questo dato evidenzia una criticità strutturale: l’apertura delle sedi non coincide automaticamente con l’effettiva capacità di erogare servizi completi e continuativi. Il rischio, quindi, è quello di una rete ancora “a macchia di leopardo”, con differenze operative marcate tra territori.

Ospedali di Comunità: attuazione ancora parziale

Ancora più evidente è il ritardo sugli Ospedali di Comunità, pensati come strutture intermedie per la gestione dei pazienti a bassa intensità clinica. A fine 2025 solamente il 27% delle strutture programmate risulta attivo, con circa 2.900 posti letto disponibili. Anche in questo caso il problemna non è solo numerico, ma qualitativo: meno di 120 presidi rispettano pienamente gli standard di personale richiesti. La carenza di risorse umane e la difficoltà di organizzare équipe multidisciplinari rappresentano un ostacolo concreto alla piena operatività.

Il quadro è, inoltre, segnato da forti differenze territoriali. Alcune regioni del Nord presentano livelli di attivazione più avanzati, mentre altre aree del Paese restano in fase iniziale, confermando un divario strutturale che il Pnrr, almeno finora, non è riuscito a colmare.

Tecnologia: la parte più avanzata della riforma

Se la riorganizzazione territoriale procede con fatica, i risultati sono invece più solidi sul fronte tecnologico. La digitalizzazione ospedaliera ha raggiunto gli obiettivi previsti e la quasi totalità delle grandi apparecchiature è stata consegnata e collaudata. Si tratta di un passaggio fondamentale anche per il sistema farmacia, in prospettiva di una maggiore integrazione dei dati clinici e di una gestione più efficiente dei percorsi terapeutici. Tuttavia, la Corte dei Conti avverte: la disponibilità tecnologica non basta, se non si traduce in un effettivo miglioramento dell’organizzazione dei servizi.

I nodi strutturali: finanza e divari

Due criticità emergono con chiarezza. La prima riguarda la sostenibilità finanziaria: gli enti territoriali hanno anticipato circa 4 miliardi di euro per sostenere i pagamenti dei progetti, ricevendo trasferimenti statali per meno della metà. Un meccanismo che espone soprattutto le amministrazioni con maggiore capacità di spesa e che rischia di creare tensioni nei bilanci regionali. La seconda riguarda i divari territoriali: la capacità di investimento e realizzazione resta assai più elevata nel Nord rispetto al Sud, sia per le infrastrutture fisiche, sia per i progetti digitali. Questo squilibrio rischia di compromettere uno degli obiettivi centrali del Pnrr: ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Infine, la Corte lancia un avvertimento che riguarda l’intero sistema: l’espansione quantitativa dei servizi, in particolare dell’assistenza domiciliare, non è accompagnata da una valutazione sistematica degli esiti. L’aumento dei pazienti presi in carico non garantisce automaticamente un miglioramento della qualità delle cure, né la riduzione dei ricoveri evitabili.

La sfida finale

Nei prossimi mesi si giocherà la partita decisiva: trasformare cantieri, tecnologie e indicatori in servizi reali, accessibili e uniformi. Per i farmacisti, sempre più inseriti nella rete territoriale, sarà cruciale capire se il sistema riuscirà a evolversi verso un modello realmente integrato. Il rischio, altrimenti, è quello di un’infrastruttura incompleta: moderna nelle dotazioni, ma ancora fragile nella capacità di rispondere ai bisogni di salute della popolazione.

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